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...Se lasci sparire le favole, il sogno non diventa realtà!

 

La favola della vita svanisce se il buio della rassegnazione inghiotte i nostri colori.

 

 

A LETTO

 

LEI: Notte, caro.

LUI: Notte.

LEI: Sei sveglio?

LUI: No.

LEI: Mi sa che abbiamo dormito troppo!

LUI: Buongiorno, cara.

LEI: Buongiorno.

 

 

 

Vorrei vedere il mondo "sottosopra". 

Come su una giostra. 

Si, con i piedi in aria e la testa in basso.

 

Vorrei vedere il mondo sottosopra

anche un sol minuto. 

E camminare tutti con le mani e faticare.

 

Voglio vedere il mondo sottosopra! 

Per un istante

e divertirmi ad essere acrobata...

finché a tutti i falsi "clown" si svuotino le tasche

 

 

Dalla mia commedia musicale: La favola di Soffio, Rosarossa e l'Albero fatato:

PROF. SAPONIUS: ...Canta! Spingi questa zattera verso la riva. Canta Soffio… La luna ci è vicina. Canta.

SOFFIO: Un giorno cantai in alto verso il cielo.

Qualcuno mi rispose da laggiù,

 come un lamento lontano.

Provai a scorgere con gli occhi chi fosse la voce nascosta

e portai in basso lo sguardo verso il mare.

Sentii le onde avvicinarsi e l’acqua sbattendo mi bagnò le labbra.

Un sapore acre accompagnò l’infrangersi delle onde sui miei piedi nudi

risucchiati a poco a poco nel ventre della Terra.

Colsi con le mani dell’acqua, la guardai e ne ammirai il candore.

Poi socchiusi gli occhi e cominciai a sentire il suo splendore in me.

Piena di immensa magnificenza…Cantai.

La mia voce risuonava come nel tempio degli Dei.

Qualcuno con voce acuta e ammaliante

rispose ancora al mio amore.

Fui trasportata nel turbine dei suoni

e adagiai il mio corpo nell’acqua salina

che avvolse le mie membra di ragazza.

Infine… fui rapita da un canto di sirene

che segregò i miei sensi nella morsa del suo incanto.

 

 

 

 

 

 

Si. Si… Ora ricordo: …Mi dondolavo sulle foglie d’argento. Mi sono incantata ad udire i suoni della foresta ed un leggero tepore accarezzava le mie spalle. Ho guardato al cielo e lì una luce abbagliante mi ha accecata trasportandomi in un mondo di colori. Il blu, il viola, il giallo… c’era anche l’indaco. Ho sentito un sibilo venire dal cielo e voltandomi a guardare ho visto me. Poi una stella. Diventava sempre più grande… le cinque punte arrivavano all’altra parte del mare. Dietro l’orizzonte. E’ lì che c’era una nave. Una nave da cui fuoriuscivano fuoco, fiamme, urla… Di colpo il silenzio.  Era il drago dall’enorme mantello che faceva cadere nel buio delle sue enormi ali spiegate ogni cosa, ogni colore. Poi tutto è svanito. Avevo ancora di fronte a me il mio riflesso, volevo prenderlo, volevo abbracciarlo… Avevo paura che andasse via. Poi mi sono voltata dall’altra parte. Era buio, tetro, non c’erano forme n’e’ arti… Tutto era fermo, senza respiro. Poi, la luce è andata via lentamente lasciando solo un profumo di essenze. Mi sono estasiata e credevo di perdere il controllo. Ho stretto le mie mani ai rami dell’albero e un forte vento voleva spazzarmi via. Le foglie cominciarono a cantare e la mia immagine era ancora lì a fissarmi, come se volesse rimproverarmi: “Tu non sei vento”; le urlai. …Ho perso il controllo. L’orientamento. Volevo cantare, volevo strillare per far aprire le mie ali di fata e volare via. Continuavo a strillare… Ecoooo! Ecoooo! Non mi udiva. N’é Pegaso mi ha vista. E in fondo alla valle, quel ragazzo riflesso nel lago…: “Narciso! Narciso! Ehi ragazzo!”. Si voltò… mi vide, poi si baciò e cadde giù. Io ero ancora lì, davanti a me. “Tu non sei vento”; le urlai. “Non sei vento!” …E svanì verso il mare. Ho perso il controllo, l’orientamento… e sono caduta giù verso la terra.

 

 

…Coltivava da bambina i suoi giardini accuratamente. C’erano fiori ovunque nel castello d’orato delle fate. La sua passione erano le rose. Il prato era una festa di colori. C’erano persino rose iridescenti. Poi divenne adulta e s’innamorò del cavaliere di bronzo che volava sul cavallo alato. Lui le inviò una rosa rossa dal cielo. Così il giorno dopo. Poi altre, e altre ancora. La sua stanza di fata divenne un letto di rose rosse. E’ li che riposava, Rosarossa. Cantava il suo amore tra il fuoco dei petali. Un giorno il cavaliere di bronzo non venne più. Lei alla finestra l’aspettava… ma non lo vide più. Cominciò a gridare il suo dolore…: “Amore! Amore mio…!” Si catapultò d’improvviso correndo per le scale del castello fino in basso. Seminò freneticamente il campo del giardino fino a trasformarlo in uno sconfinato tappeto di rose rosse. Cento, mille, migliaia di rose rosse. I petali servirono a farne ricette magiche e infusi per la serenità dello spirito. Poi un giorno molto lontano… di colpo, smise di seminare il campo. Alzò gli occhi al cielo e andò via. Le rose cominciarono ad appassirsi e le spine divennero sempre più lunghe e pungenti. Sempre di più, sempre di più… Rosarossa, la mia bella figliola si ammalò evocando la sua immortale passione: “Amore… Amore mio,… infinito amore”. Si rinchiuse nei petali nel rosso sangue del suo mantello, e come un bocciolo di rosa sparì in esse. Ora la sua immagine è un ricordo lontano del mio cuore di madre.